Maria Pia

Non accorgersi di stare male

MARIA PIA: CHE VITA QUANDO NON CI SI ACCORGE DI STARE MALE!

Maria Pia era una dolce signora di 40 anni con un’intelligenza brillante che si manifestava soprattutto sul lavoro. Infatti, era una professionista di successo, ma aveva dei problemi e delle limitazioni che stupivano: timidissima con gli adulti, non riusciva neanche a chiedere informazioni per farsi indicare una strada; non ricordava mai dove avesse parcheggiato la macchina. Era sbadatissima, e le persone che frequentava sentivano il bisogno di aiutarla a non lasciar nulla di suo andandosene. Spesso le dovevano proprio correre dietro con l’oggetto dimenticato.

Aveva un’aria un po’ trasognata; risultava affabile ma distante, colta e creativa ma pesante; e ciò perché si esprimeva in modo analitico, razionale e verboso. Sentiva di non essere considerata di buona compagnia, ma non se ne spiegava il perché. Né se ne faceva un cruccio, tutta presa com’era dal suo lavoro in cui era super-attenta, efficace e realizzata.

Maria Pia soffriva di emicranie e di problemi alle vie respiratorie. Il suo medico l’aveva mandata in psicoterapia insospettito dallo strano andamento dei suoi disturbi: infatti questi si presentavano unicamente nel periodo lavorativo, senza impedirle l’attività professionale ma rendendole dura la vita personale.

I suoi problemi di salute si affacciavano in sordina; andavano inizialmente in crescendo, nonostante le cure, per poi trascinarsi fino al momento delle vacanze. Lei trovava tutto ciò normalissimo per il suo stato di salute. Infatti volle subito chiarire di “non aver bisogno della psicoterapia” e di sottoporvisi solo per “rispettare il volere del medico”. E tutto mi portava a pensare che presto sarebbe uscita dalla terapia dichiarandola tempo perso.

Invece, il caso volle che, alla terza seduta, arrivasse con un sogno che mi chiese di interpretare. Era una fantasia dei suoi sei anni quando, in preda alla rabbia, aveva desiderato/immaginato sua madre “morta stecchita”. Il senso di colpa era stato talmente immediato e violento da impedirle, in seguito, ogni tipo di immagine mentale. Le commentai perciò che aveva fatto una semplice “fantasia di morte”. La settimana dopo, giunse piena di eccitazione e meraviglia: mi raccontò che la volta precedente, uscita dal mio studio, aveva “visto nella sua testa, per la prima volta nella vita, il posto dove aveva lasciato la macchina”. E con grande soddisfazione aveva aggiunto: “Ecco come facevano tutti gli altri!”.

Maria Pia cambiò anche il suo modo di parlare. Invece di utilizzare lunghi periodi per esprimere ciò che voleva trasmettere iniziò  ad usare delle espressioni figurate: la prima fu “è peggio di un’anguilla”. Certamente in altri tempi avrebbe detto: “Non c’è modo di tenerlo fermo, se lo blocchi da una parte si svincola e scappa dall’altra; ti sembra di essere riuscita a fermarlo, ma lui ti riscappa e riprende ad andare in giro, a correre e a saltare; nessuno riesce a fermarlo per più di tre secondi”.

Si accorse da sola del cambiamento linguistico e solidarizzò con umorismo con quelli che l’avevano ritenuta pesante/pedante. Capì di aver parlato, fino ad allora, come i ciechi che, non potendo usare le immagini per esprimere i concetti, hanno sempre l’impressione di non essersi spiegati bene, aggiungendo parole alle parole.

Quest’esperienza la riempì di stupore. Ma soprattutto la convinse che con la psicoterapia poteva liberarsi da difficoltà e limitazioni che fino ad allora aveva ritenute insite nel suo “carattere”.

Maria Pia iniziò così un percorso che durò nove anni, dato che purtroppo i suoi guai erano iniziati già al momento della nascita e avevano inquinato ogni fase del suo sviluppo. Con il risultato che i danni, con il tempo, non avevano fatto che crescere e moltiplicarsi.

Diceva che in quei nove anni di terapia era gradualmente “rinata”.

Riusciva a gestire i rapporti con gli adulti, era più presente a se stessa, aveva aggiustato il suo rapporto con entrambi i genitori, la sua salute era praticamente stabilizzata.

Proprio quando eravamo in fase di chiusura, io stavo iniziando a praticare la psicoterapia R.E.EM., e le offrii perciò di provarla. Lo fece di buon grado, ma più che altro per compiacermi, in quanto pensava che – dopo tutto il lavoro fatto – sarebbe stato ben difficile ottenere qualcosa di nuovo. Ebbene, fu così e non fu così: durante la seduta, sdraiata sul lettino, rivisse il primo incontro con sua madre dopo la sua nascita: un vis-à-vis madre/figlia, entrambe urlanti e piangenti, bocche ed occhi sbarrati, in preda all’orrore: la piccola aveva il labbro leporino!

Pianse a bocca spalancata, emettendo sordi gridi dalla gola, poi gradatamente si calmò, iniziò a respirare regolarmente sorridendo e disse: “povera mamma”. E, subito dopo, “che bella luce! Celeste !…”.

Mi raccontò – poi – che aveva sentito prima un grande spavento vedendo la bocca spalancata di sua madre e sentendo le sue urla. Poi aveva provato compassione per la mamma stessa. Subito dopo le era subentrata una grande pace, seguita dalla visione di una luce azzurra molto brillante. Quando scese dal lettino era luminosa, raggiante, mi abbracciò e mi disse di sentirsi leggera come mai in vita sua. Era molto colpita da questa esperienza, ed io con lei. Questo perché, essendo stato il tema della malformazione abbondantemente trattato nei nostri nove anni, non pensavamo fosse ancora emotivamente sensibile.

Dopo un mese ci rivedemmo per il primo incontro di consolidamento. In quella sede mi spiegò che, da dopo l’ultima seduta R.E.EM, si sentiva radicalmente cambiata. Infatti, prima, per relazionarsi con gli altri, aveva bisogno di utilizzare il lavoro fatto in terapia: tanto che spesso diceva a se stessa “Marcella mi direbbe, Marcella farebbe ….”. Ora invece interagiva direttamente, senza pensarci su un attimo e riuscendo simpatica e spigliata. Mi disse che finalmente aveva capito il senso della parola “spontaneità” e che “vivere spontaneamente era un gran bel vivere!”.

Maria Pia concluse dicendo che, prima della R.E.EM, aveva vissuto da “guardiana dei propri fantasmi”: senza mai poter abbassare le difese per non esserne sopraffatta. Solo ora si sentiva veramente libera. Ed espresse il suo rammarico che la R.E.EM fosse arrivata così tardi, perché diversamente avrebbe potuto risparmiarsi  degli anni.

Si fece promettere che, qualora avesse sentito qualche fantasma ancora in azione, le avrei fatto fare una R.E.EM., cosa che ovviamente promisi. E uscendo mi consigliò di cambiare il nome alla R.E.EM e di chiamarla “LOTTA  DI LIBERAZIONE”!

Il Fantasma della Paura di suscitare orrore, che per 40 anni l’aveva segregata nel suo mondo, era finalmente dissolto.

Nota bene:

l’immagine in principio di articolo non è quella della protagonista

ma ha solo un valore evocativo della sua sofferenza