complesso di edipo

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SARA: NASCITA, VITA E MORTE DI UN COMPLESSO DI EDIPO

Era una gran bella ragazza bruna di 24 anni, Sara. Con una capigliatura da far invidia, di ottima famiglia, anzi con il padre di alto rango sociale. Purtroppo però i genitori si erano separati ed erano restati in pessimi rapporti. I loro due figli, come spesso accade, si erano trovati in mezzo alla bufera e Sara aveva sofferto molto. Si era schierata dalla parte della mamma, con la quale era restata ad abitare. Invece, il fratello maggiore, avendo trovato lavoro, era andato a vivere per conto proprio.

Pian piano, per sopravvivere, Sara se ne era fatta una ragione, ed era giunta a considerare il padre ormai perduto. Era restata con la madre, tra le difficoltà economiche, poiché, partito il padre, la situazione finanziaria della famiglia era precipitata.

Sara aveva con la madre un rapporto molto conflittuale: benché l’amasse e l’ammirasse, ci litigava continuamente. E diceva, come molti adolescenti, di “non riuscire più a sopportarla”. Da parte sua, anche la madre era esasperata da questa figlia che si rifiutava in tutti modi di studiare e voleva star sempre fuori casa in giro con gli amici, e che le rispondeva male ogniqualvolta le ricordava i suoi obblighi di studentessa oppure le chiedeva di aiutarla nelle faccende domestiche.

Il clima in casa era incandescente, intollerabile, e Sara era diventata molto nervosa. Tanto, che una sua amica con cui lei era solita confidarsi la consigliò di farsi aiutare dandole il mio nome.

Al primo incontro non fece che raccontarmi dei suoi litigi con la madre. E disse di non essersi mai sentita amata da lei. In particolare lamentò che, sin da piccolissima, la mamma non aveva mai capito né lei né i suoi bisogni. Disse poi che in quel periodo si sentiva assai nervosa: ciò, perché la madre le stava sempre addosso con continue scenate, non le stava bene niente di quel che lei faceva e non la lasciava vivere.

Riconosceva però una sua parte di responsabilità nello stato di tensione creatosi tra loro: infatti, ammetteva di non riuscire neanche a posare gli occhi sui libri, anche se si ripeteva continuamente che doveva farlo; ci provava, ma proprio non ce la faceva! Si sentiva talmente nervosa, che attraversava anche un pessimo momento con il suo fidanzato: lui non le prestava abbastanza attenzioni, né le mostrava affetto, anzi la criticava; ed era giunto a dirle che stava perdendo la stima per lei.

Presto la situazione precipitò. Arrivò da me piangendo disperatamente, dicendo che la sua vita era finita. Sentiva che non aveva più futuro, e che nessuno al mondo l’amava né l’aveva mai amata: il fidanzato l’aveva definitivamente lasciata.

Iniziarono così delle sedute nelle quali io ascoltavo i suoi sfoghi, partecipando al suo dolore. Ma in esse cercavo anche di arrivare a farle sentire il significato, il valore e la funzione che lei aveva assegnato al rapporto perduto, ed alla stessa persona del fidanzato, nonché a comprendere i veri motivi che avevano condotto alla fine del fidanzamento.

Man mano cominciò a rendersi conto, con grande meraviglia: che il suo ormai ex-fidanzato aveva una struttura fisica simile al padre; si vestiva come lui; faceva il suo stesso lavoro; conduceva analogo genere di vita. E questo era ciò che l’aveva colpita e fatta innamorare. Raccontava, tra le lacrime, che fino al momento della separazione dei genitori, avvenuta quando lei aveva 18 anni, lei era stata la “principessina di papà”, che la presentava a tutti con immenso orgoglio; e lei, nei suoi abitini sempre eleganti, si sentiva vezzeggiatissima e molto considerata.

Si rese conto che, fidanzandosi con Mauro, si era aspettata di diventare anche la sua “principessina”. Invece lui la faceva sentire tale solo a momenti, ma grazie a questi per lei continuava ad essere “unico, insostituibile”. Pian piano però si rese conto che Mauro era una persona egocentrica, rigida, arida, materialista. Era molto più preso dal far carriera che da lei, insomma poco capace di amare. Intuì che lui l’aveva lasciata perché non se la sentiva di darle sostegno in un momento doloroso; ma – soprattutto – perché essere fidanzato con lei non gli era più di aiuto per la carriera.

Finalmente, al termine di una seduta disse: “Certo che se non avesse somigliato così tanto a papà non me ne sarei mai innamorata! Un uomo così non fa certo per me!”. La crisi della rottura del fidanzamento era finalmente superata. Potemmo così tornare a lavorare sulla mancanza di motivazione per lo studio.

E l’elaborazione della rottura con Mauro aveva facilitato la strada: l’aveva costretta a riandare con il ricordo a quando da bambina, e poi da adolescente, era felice con il suo papà. Mi raccontò che, sin da quando era molto piccola, aveva visto e sentito i genitori litigare. Ovviamente il suo cervello di bambina, come purtroppo avviene in questi casi, aveva tirato le somme: “Papà vuole più bene a me che a mamma… papà è mio!” Con il passare degli anni, aveva visto il padre dare sempre meno importanza alla madre: sicché le sue convinzioni infantili si erano confermate e radicate.

Era quindi stato un grande shock quando il padre se n’era andato di casa e, per di più, con un’altra donna: un doppio tradimento! Mi confidò che inizialmente non riusciva a credere a quel che stava succedendo, si sentiva “confusa, imbambolata, sperduta”; che successivamente erano sopraggiunte la gelosia e la rabbia: chi era la “sgualdrina rovina-famiglie” che le aveva “rubato il papà?”. La malediceva ancora con tutte le sue forze!

Ricordò poi quando era subentrata la delusione, e mi disse: “Era quello il bene che mi voleva? Era un buffone, un traditore. Se mi avesse voluto veramente bene non sarebbe andato con quella donna. Sarebbe restato a casa per me e con me”. Evidentemente in quel momento devo averla guardata con sorpresa o in modo interrogativo, perché lei si fermò e mi chiese bruscamente: “Perché? Non sei d’accordo?”.

Risposi: “Veramente ha tradito e lasciato tua madre. Tu continui ad essere sua figlia e lui tuo padre”. E lei, con foga: “Non gliene frega niente di me! Guarda in che stato mi ha lasciata! Non ho ancora finito gli studi, mi lascia senza arte né parte, come andrò a finire? Dovrà pentirsene finché campa!”.

“È perché lui se ne debba pentire finché campa che non studi?“ le chiesi. Mi guardò sorpresa e dopo un po’ mi disse: “Mi sa proprio di sì! E poi mi dà pure i soldi per studiare, così alla fine viene fuori che lui si sente la coscienza a posto ed io mi sono rovinata la vita da sola…”.

La seduta successiva mi raccontò che la volta precedente, appena tornata a casa, si era messa a studiare e da allora lo aveva fatto tutti i giorni.

Lo “sciopero” contro il padre “traditore” era finito. Il Fantasma del complesso di Edipo era stato stanato e sconfitto. Tanto è vero che, non molto tempo dopo, Sarà sposò un uomo che “faceva veramente per lei” e che nulla aveva a che fare con la figura paterna.

E da questa esperienza Sara aveva tratto un grosso insegnamento: mai litigare tra genitori in presenza dei figli.